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Cose insolite

Destiny - John William Waterhouse

Che strano ritrovarsi qui, ancora qui.

Bè, che strano ritrovarsi punto.

Che strano ritrovarsi a pensare e sentire come la natura ci ha creati.

Che strano ritrovarsi soli in questo ritrovarsi.

Che strano avere così tante parole e così poco tempo.

Che strano sentire il calore passare da un’anima all’altra con tanta facilità.

Che strano avere mille pensieri e nulla da scrivere.

Ma in fondo ‘strano’ non vuol dire nulla. Insolito è già più corretto!

Pandora, J.W. Waterhouse 1896

…e il fuoco fu donato agli uomini ma Zeus non fu contento… to be continued

Leggere è…

Alberto Manguel

“Quasi ovunque, la comunità dei lettori gode di un’ambigua reputazione, che le deriva dall’autorità acquisita e dalla percezione del suo potere. Colui che legge è riconosciuto come un sapiente, ma il suo rapporto col libro è considerato anche sdegnosamente esclusivo e escludente, forse perchè l’immagine di una persona raggomitolata in un angolo, visibilmente dimentica delle seccature del mondo, suggerisce l’idea di una privacy impenetrabile, di un furtivo egocentrismo. (“Vai fuori a vivere!” mi diceva mi madre quando mi vedeva leggere, come se la mia silenziosa attività contraddicesse la sua concezione di ciò che significava essere vivo.) Il timore popolare di ciò che può fare un lettore fra le pagine di un libro è analogo all’eterna paura maschile di ciò che possono fare le donne nei punti segreti del loro corpo, e dei malefici che possono compiere streghe e alchimisti nelle tenebre. L’avorio è la materia di cui è fatta la Porta dei Falsi Sogni, secondo Virgilio; secondo Sainte-Beuve è la stessa della torre in cui si chiude il lettore.

Borges mi raccontò una volta che durante una manifestazione popolare organizzata dal governo peronista negli anni cinquanta contro l’opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano “Scarpe sì, libri no”. Il più ragionevole slogan “Scarpe sì, libri sì” non convinceva nessuno. La realtà – la dura, necessaria realtà – era vista in irrimediabile conflitto con l’evasivo mondo dei sogni rappresentato dai libri. Con questa scusa, e sempre con successo, il potere incoraggia l’artificiosa dicotomia fra la vita e la lettura. I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie.

In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.”

(Alberto Manguel – Una storia della lettura)

Il passato è passato

Non mi guarderò più indietro ma …voglio bene al mio passato, come si fa?

Nel momento

Dal buco della serratura - IVANOE ZAVAGNO

Dal buco della serratura - IVANOE ZAVAGNO

Sulla scia del precedente post sul ‘risveglio’ che chiamerò da oggi in poi ‘rifioritura’ perchè risveglio mi sa troppo di illuminazione buddhista e mi fa sembrare al di sopra di qualcosa, cosa che non è per nulla esatta, mi vengono in mente delle cose su cui rifletto da un po’.

Pensavo a quante volte nella vita accadono cose che sembrano non andare per il verso giusto, e quante volte le stesse cose ci vengono poi riproposte in un altro momento della vita nella giusta maniera ma, nostro malgrado non è più il momento giusto. Insomma quanti di noi si trovano spesso nel posto giusto al momento giusto?

A me è capitato poche volte nella vita, molto più spesso mi è successo di avere una sola delle due variabili: posto giusto momento sbagliato, momento giusto posto sbagliato.

Mi chiedo se le persone che sanno davvero chi e cosa sono riescano a provare questa sensazione ogni passo che fanno, mi chiedo se, conoscendosi abbastanza bene ed essendo ‘centrati’ (altra parola odiosa) sulla proprio essenza, riescano ad avere, senza sforzo, quello di cui hanno bisogno. Mi chiedo quale percorso abbiano fatto per ottenere questa beatitudine. Mi chiedo quante siano queste persone.

Io ne conosco giusto un paio, ma io non conosco molta gente, comunque un paio ne conosco, e non saprei trovare un comun denominatore che mi aiuti a capire. Posto che non credo nella fortuna sfacciata, cerco di individuare quale sia la comunanza tra di loro.

Proviamo:

entrambi non hanno paura di essere quello che sono, nel bene e nel male, non si vergognano dei loro difetti pur non esaltandosi per i loro pregi migliori. E questa mi sembra, ma forse lo è solo ai miei occhi, già una gran cosa, per me già hanno vinto così nella vita!

uno dei due sta bene così, l’altro cerca in continuazione il miglioramento ma entrambi conoscono la via per evitare l’alcolismo, cioè hanno degli obiettivi, sanno esattamente cosa li porterà nel mondo che più gli appartiene.

per motivi ed eventi molto diversi tra loro, entrambe hanno sperimentato il sentirsi rifiutati; anche se questo può sembrare patetico e scaturire da un’analisi di psicologia spicciola (e lo è a tutti gli effetti) mi sembra degno di nota; nel loro essere molto amati hanno capito cosa sia il non essere accettati e forse questo ci riporta al primo punto: hanno imparato che la loro natura è più importante di chi la sta giudicando, forse.

entrambi sono apparentemente egoisti ma sanno intuire perfettamente ciò che renderà felici le persone che li circondano e si dedicano talmente tanto a questa pratica da farti pensare che il dare e avere, il condividere, l’amare sono tutt’altro rispetto a ciò che le istituzioni preposte all’insegnamento di tutto ciò ti hanno sempre voluto far credere.

Raccolgo, per ora, solo queste poche informazioni, e non so se sono utili al ragionamento che volevo fare ma è tutto quello che ho quindi me lo farò bastare.

Quello che mi viene in mente è che troppe volte ci lamentiamo che le cose non girano, che non ci succede quello che vorremmo, che c’è sempre chi sembra essere più fortunato di noi. Ma esattamente con la stessa frequenza con cui ci lamentiamo, finisce che lasciamo correre, non ce ne preoccupiamo  più fino al successivo insuccesso, continuando a ficcarci in situazioni che non ci appartengono, a pensare, con scarsa convinzione, che quella è la nostra via, il nostro modo di essere, le nostre frasi, i nostri pensieri, senza approfondire se sia realmente così o se invece, più probabilmente, ci stiamo solo svendendo, se stiamo vivendo in riserva invece che con il pieno.

Quello che mi piacerebbe capire è se i successi e le sconfitte nelle nostre vite accadono per onestà o disonestà interiore verso quello che siamo. Quanto c’entri il fatto di lavorare per essere protagonisti della propria vita o semplici comparse, quanto sia possibile liberarsi dagli strati inutili che la vita ci mette addosso per ritrovare solo la fonte di noi stessi e da lì ripartire più leggeri e, soprattutto, quanto tutto questo duro lavoro sia effettivamente efficace a regalarci maggiore serenità.

Ma come si fa a strapparsi gli stracci che la vita ci butta addosso facendoci sentire miseri, ricoperti di roba non nostra, soffocati da strati inutili di detriti? Come si fa a riconquistarsi un posto dignitoso da cui poter vedere lo spettaccolo invece di guardare sempre dal buco della serratura? Dove si ritrova la magia di trovarsi in luoghi che ci appartengono invece che sbattuti in ogni dove a caso?

Io non credo nella fortuna sfacciata piuttosto penso che quella che noi chiamiamo fortuna sia solo la nostra parte migliore, onesta, non ancora corrotta che, a nostra insaputa, lavora, suda, chiama, urla fino a farsi sentire da qualcuno che ci potrà finalmente ascoltare e aiutare, e di persone intorno a noi disposte a fare questo, sempre a loro insaputa, ce ne sono moltissime.

Just a gift

Da qui si riparte

Henri Matisse 'La danza'

Sarà un ottimo inverno questo, ne sono certa, e quando vi dirò che non è così voi non credetemi!

Questo luogo è stato testimone di un ‘risveglio’ che, non era stato programmato ma si è manifestato in corso d’opera e, oggi, quel percorso ha preso forma, una forma ben precisa, la mia forma.

Il ritorno a scrivere sarà molto lento, lo dico da ora, ed il motivo è che sono ancora confusa: sto rimettendo insieme alcuni pezzettini ancora disordinati; non so se vi è mai capitato di scoprirvi diversi riconoscendovi in ciò che si è sempre stati, bè è ciò che è successo a me, quindi la faccenda richiede un minimo di pazienza. Ho circumnavigato me stessa per riscoprirmi di nuovo. Io ma non più io oppure, meglio, non più io ma pur sempre io.

Che sensazione esaltante cavolo!

Tutto è cominciato una sera in cui mi sentivo talmente in forma e centrata da dire la fatidica frase ‘Ma sti cazzi!’ che poi è solo la via più breve e triviale di un pensiero più nobile che è ‘Mi prendo quello che voglio senza paranoie’ che nemmeno così sembra essere tanto nobile ma è un modo per sintetizzare invece una vera e propria presa di coscienza importante che dovrebbe suonare come ‘Sono abbastanza forte da poter succhiare la mia vita senza il terrore di strozzarmi’.

Il piano in effetti è riuscito, sono stata abbastanza forte da prendermi ciò che volevo, peccato che, ironia della sorte, non era quello che avevo in programma di prendermi e questo ha portato alcune complicazioni.

Soffermarmi sulle complicazioni sarebbe ora troppo complicato appunto, vi basterà però sapere che il mio ‘sti cazzi’ non era sufficiente ad affrontare tutto quello che è venuto dopo. Lo dico a tutti coloro che possono farsi venire due dubbi: la formula magica ‘sti cazzi’ non può bastare quando si sta per essere catapultati in un universo parallelo.

E questo universo parallelo era ben più articolato del mio e del mio misero ‘sticazzismo’.

Quando si passa lo stargate è difficile rimanere centrati e forti e risoluti, tanto più che per me era, allora, una novità, qualcosa appena scoperta in me, da elaborare e digerire ancora. Il sentirmi così meravigliosa (leggi figa) da poter affrontare a testa alta ogni situazione con quella faccia di chi dice ‘prova a sfidarmi’ poteva funzionare bene nel mio mondo ma non in quello che ho trovato passando lo stargate. Tanto per facilitarvi la comprensione posso dire che è stato come sentirsi pronti per la classe di fisica e ritrovarsi come compagno di banco Einstein, voglio dire per quanto si possa essere convinti e preparati, insomma un paio di dubbi ti vengono no?

Bè, a me ne son venuti più di un paio, anche troppi forse ma la situazione credo lo richiedesse. Ora, in una situazione del genere secondo me ci sono tre possibili reazioni:

1. sentirsi completamenti idioti e lasciare il corso

2. non sentirsi affatto idioti (essendolo però del tutto) e sfidare Einstein

3. sentirsi idioti ma pensare che Einstein come compagno di banco possa risultare un’ esperienza non da poco da cui trarne il massimo del profitto

Nel mio ritrovarmi sempre nel mezzo in cerca di un equilibrio, manco a dirlo, ho scelto la via numero 3 ed è stata una gran sudata ma anche straordinariamente appagante;

per farla breve, da che mi sentivo tanto figa mi sono ritrovata a mettere in discussione tutto e quando dico tutto intendo dal modo di relazionarmi con il mondo al colore dei miei calzini, giuro! Ho pensato dapprima di non aver capito nulla e di dover cambiare tutto quello che ero sempre stata, ho tentato strade nuove, nuovi approcci mentali, nuove esperienze in cui potermi mettere alla prova. Mi sono esaltata, depressa, incazzata, ho mandato in tilt il mio corpo e la mia mente per fare tabula rasa di tutto ciò che mi era stato inculcato e di ciò che avevo pensato di sapere su me stessa. Credo di essere morta, di aver passato del tempo in una stanza vuota a studiare e di essere poi tornata in vita.

Al mio risveglio, in uno stato di solo parziale consapevolezza di quello che mi era capitato, ho rimesso un piede davanti all’altro e ricominciato ad approcciare alla mia routine quotidiana e …solo allora è avvenuto il vero miracolo!

Oggi so per certo che la vita si diverte molto a farti giocare intorno a quello che sei, a coprirti gli occhi e a lasciare che tu ti perda chissà dove e che se per educazione, carattere o poca attenzione la si lascia fare, ci si ritrova a vivere la vita di qualcuno che non si conosce nemmeno tanto bene. Pensi di essere tu quel qualcuno ma ti guardi allo specchio e non ti riconosci e il non riconoscerti diventa talmente familiare da farti smettere di porti domande scomode.

Oggi ho riscoperto quello che sono sempre stata; le mie passioni, il mio carattere, le mie percezioni sono le stesse con le quali sono venuta al mondo, elaborate certo, ma non corrotte, sviluppate in qualcosa di nuovo magari ma ferme come le fondamenta di un edificio che ha visto mille ristrutturazioni ma ancora sta in piedi grazie ad esse.

Ricordo di aver scritto tempo fa che mi sentivo come se stessi rispolverando delle vecchie cose tirate giù dal solaio, ecco, oggi quelle cose non solo sono state rispolverate ma sono rientrate a far parte dell’utilizzo quotidiano per il quale erano state create.

Che sensazione esaltante cavolo!!